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Ostarie Vecjo Friul - 1901Home page
Storia

Cenni storici

L' Osteria assieme alla casa padronale che la comprende nasce nel 1901 dalla volontà di "Sior Meni Menin" Domenico Menini che, nel corso della seconda metà dell' ‘800, completata l'acquisizione delle pertinenze circostanti il vecchio fabbricato, qui vi costruisce la sua dimora padronale richiudendola nell'ambito di una "Corte" tipicamente friulana con abitazione padronale, "cjase dal fator", pesa pubblica, stalle, fienili, porcilaie, cantine, magazzini, orto ed osteria.

Ma parte dei fabbricati hanno origini ben più antiche.

Le prime tracce ritrovate sono quelle di un primo catasto nella quale si vede la presenza di una unica proprietà con un unico piccolo fabbricato quadrato sull’angolo nord est, si nota poi un altro mappale speculare con la presenza di un fabbricato che ha già la conformazione attuale, la “Cjase di Nart”.

Dalla conformazione dei due lotti che hanno circa la stessa forma romboidale sembra quasi che le due proprietà siano una divisione tra fratelli, vista anche la prospicienza del fabbricato “Cjase di Nart” che si affaccia ancora attualmente sull’orto di Casa Menini.

In questa mappa si notano ancora due cose interessanti e cioè da una parte la presenza del cosiddetto “Suei” prospiciente la proprietà e posto in testa al paese e poi l’assenza dell’attuale statale che da questo punto porta al Bivio Coseat e al Ponte della Delizia.

La strada infatti allora proseguiva verso Gradisca per poi girare a destra e collegarsi (come fa ancora attualmente con una strada campestre) con il guado della Valvasona che anticamente collegava Rivis a Valvasone, guado storicamente di vitale importanza per la zona.

Altre tracce storiche dell'urbanizzazione della "Via detta del Basso di Rivis" si hanno nei fogli del catasto napoleonico datati 1812, laddove vengono tracciati i confini delle proprietà e una  dettagliata mappa dei fabbricati allora esistenti e dei terreni di pertinenza.

Questo ci fa dedurre che, essendo la mappa un consolidato della situazione preesistente, parte degli edifici della corte possano essere del '700.

Il fabbricato dell'osteria era parte dell'agglomerato urbano posto a Sud del paese e, come ancor oggi possiamo vedere sullo slargo di Via Battiferro (piazzetta), nasce dalla delimitazione del muro di cinta del vecchio orto prospiciente alle case rurali della stessa epoca di "Nart", delle quali è ancora ben visibile la conformazione originaria e si estende con due distinti fabbricati con fronte su Via Battiferro fino quasi all'attuale sala dell'osteria.

In questa mappa notiamo la presenza di tre distinte proprietà: un mappale che da sulla piazzetta di Via Battiferro, un mappale centrale con un fabbricato quadrato ed un mappale che da su quella che veniva della la “Strada Regia che immette ad Ospitaletto” con un fabbricato nella posizione dell’attuale Osteria ed un altro prospiciente il vecchio “Suei”.

E' stato ipotizzato da alcuni che  tutto o parte di questo blocco originariamente fosse parte delle proprietà di "chei di Nart": potrebbe anche essere così, ci si spiegherebbe allora come mai sulla facciata sulla casa di "Nart" si aprano finestre e luci sull'orto della casa padronale e come la linda del fabbricato potesse spiovere su questo terreno; inoltre nello spazio che  al tempo (ancora visibile nella parte del fabbricato di epoca ottocentesca) separava la “cjase di Nart” dal muro di cinta avrebbe potuto prendere posto il “ristiel”.

Vedendo le due mappe storiche pare che questa ipotesi possa avere fondamento, ma servirebbero delle ulteriori ricerche storiche per verificare l'evolversi delle proprietà.

Della parte originale delle pertinenze del caseggiato si intravedono tracce nella parte bassa del fabbricato prospiciente Via Battiferro, specialmente sulla facciata verso il cortile.

Qui, sopra la finestrella che dà sulla cantina (la "Fosse dai sarpints") ci sono tracce di due porte murate.

Una è ad arco a tutto tondo e costituiva l'unica apertura verso il cortile di questo  fabbricato quadrato.

Al di sopra scorgiamo un tamponamento in mattoni rossi (gli unici rossi usati in tutto il fabbricato, infatti il mattone utilizzato dappertutto è giallo paglierino), che prende il posto di quello che poteva essere uno spioncino come quelli dei campanili)

Leggermente sfalsata sulla destra, poi, intravediamo la presenza di una porta poi murata che, solo in un periodo successivo, dava spazio al poggiolo che costituiva il collegamento esterno della stanza al primo piano con il pian terreno e che ben ci spiega il livellamento della facciata sottostante con cocci e mattoni.

Due finestrelle si affacciavano attraverso lo spesso muro del piano terra verso la strada circostante, mentre un’unica finestra, che però sembra essere ricavata dopo, illuminava il primo piano.

A delimitare l’edificio un muro più consistente degli altri sul fronte strada, mentre sui tre lati verso il cortile tre muri a "barbecjan" dei quali si notano le tracce sulla facciate interna e nelle fondamenta.

Di questi muri uno è stato demolito nella seconda metà dell' '800, l'altro è ancora visibile all'interno del  nuovo magazzino dell'osteria (chi ha aperto un varco in questo muro per collegare la zona delle cantine con il sottoportico ben sa la consistenza e lo spessore di questa costruzione), quello frontale, come dicevamo, è stato ridotto per allineare la facciata con gli edifici circostanti e per dare spazio alle scale ed al poggiolo.

Particolare non di poca importanza è il livello del pavimento del piano terra: esso si può dedurre dalla porta centrale tamponata in sassi, che lo fa quasi sicuramente corrispondere con quello attuale.

Ricordiamoci che gli altri fabbricati della zona presenti a inizio ‘800, prima dell’innalzamento delle strade, erano poco meno di 50 cm. al di sotto del livello di questo e la stessa casa padronale ancor oggi è 15 cm. più bassa di questo fabbricato.

La cantina attuale, unica presente nel fabbricato, come si vede bene alzando la vecchia botola e scendendo le scale, èstata ricavata all’interno delle consistenti fondamenta dell’edificio durante i lavori del 1898.

Fatte tutte queste considerazioni potremmo arrivare ad una conclusione ardua, che però non si può escludere, e cioè che questo fabbricato con tutta la sua consistenza fosse una torre di guardia..

La cosa sarebbe giustificata dal fatto che da questo punto, se eliminiamo i fabbricati più recenti che stanno di fronte, e se ammettiamo la possibilità che originariamente questo edificio fosse più alto, potevamo vedere un bel tratto a sud del paese.

Inoltre la presenza di un terrazzo soprastante “casali Menini” a Pannellia, e della torretta di Casali Loreto, da cui si poteva vedere più in giù fino all’attuale ponte della Delizia e la torretta medioevale, demolita nel ‘900, del Castelliere di Sedegliano, il nome della stessa Turrida e la presenza di altre torri rinvenute in edifici storici sia del comune di Sedegliano, che in quello di Codroipo, ci fa pensare che questo edificio, assieme agli altri funzionasse da posto di vedetta per lo scambio di segnali in caso di pericolo, su fino a San Daniele, Osoppo e Gemona.

Ricordiamo poi che lo sfondamento delle truppe Napoleoniche sul Tagliamento (la cosiddetta Battaglia di Codroipo) è avvenuto per la maggior parte sul guado della Valvasona, strada che costituiva, prima della costruzione dell’attuale ponte, un punto di collegamento tra i due argini del Tagliamento.

Da fonti storiche verbali sembra che nella battaglia abbiano perso la vita migliaia di soldati e che, nei campi del Basso tra il mulino sulla roggia (attuale casa “Dal Viso”), e l’attuale Pannellia, ci sia un cimitero di guerra.

Sembra inoltre che “Sior Dante”, vecchio proprietario della corte abbia trovato nei suoi campi dei fucili del periodo napoleonico.

Tutto questo ci fa supporre che questo fabbricato abbia avuto una sua rilevanza dal punto di vista strategico nell’ambito della battaglia.

Queste sono solo ipotesi e sarà necessario fare delle ulteriori ricerche per definire l’uso e la funzione di questo edificio posto a Sud del paese.

Mentre si hanno segni evidenti della vetustà  del corpo sin qui descritto, non tutti sanno che l'intera osteria è stata costruita su un edificio preesistente, anche questo presente sui mappali del catasto napoleonico.

Esisteva infatti ed era probabilmente a due piani, un fabbricato che andava dall'inizio della parte alta della casa padronale, fin quasi alla fine della sala dell'osteria.

Di questo fabbricato, inglobato nello stabile dell'osteria, si sono trovate tracce nella ristrutturazione della parte interna.

Togliendo gli intonaci della parte alta che ospita i nuovi servizi si sono visti i segni del vecchio solaio di legno che proseguiva alla stessa altezza di quello della parte bassa e gli intonaci dipinti in calce.

Si è inoltre trovata traccia di alcune aperture modificate o tamponate: una porta nello stesso muro tra parte alta e parte bassa, ma leggermente più larga e più bassa ed un'altra tra la due finestre della parte alta del corridoio chiusa nel 1900.

Scavando inoltre per risanare i pavimenti si sono trovate tracce di un pavimento in mattoni 25 centimetri sottostante l'attuale livello di calpestio, non allineato con il fabbricato esistente,  nella zona delle scale, e di due pavimenti in ciottolato ("pedrat") uno sopra l'altro, molto consistenti e ben eseguiti nella sala grande posti su un sottofondo battuto di calce e terra tra i 25 e i 35 centimetri dal livello attuale, un solo ciottolato era invece presente sotto l'attuale osteria; non si sono trovate tracce di pavimenti sottostanti invece nè sulla stanza posta dopo le scale, nè nell'area di sottoportico e magazzini, nè nell'ex studio.

Dal raffronto tra con la più vecchia mappa storica si è dedotto che il ciottolato più basso non era nient’altro che il pavimento del fabbricato più antico poi demolito per far posto alla casa.

Anche questo fabbricato era a pianta quadrata il che potrebbe far presumere che si trattasse di una torre e che questa dopo la demolizione sia stata ricostruita più avanti.

E' stato inoltre ritrovato, in sede di scavi per i marciapiedi e le fognature, un muro trasversale in mattoni rossi pieni, molto consistente, che attraversava il cortile poco oltre la porta delle scale.

Questo muro non era allineato con i confini di proprietà e potrebbe far pensare si tratti di qualcosa ancora più vecchio.

Purtroppo nella fretta dei lavori è stato eliminato e non rimangono più tracce per un’analisi storica della parte sud del paese.

Sui mappali del catasto napoleonico si vede poi che la parte angolare del fabbricato tra Via Battiferro (Via Bassa di Rivis) e Via Nazionale (Via Regia) era più arretrata dell'attuale e l'angolo non era quasi a 45° come oggi, ma a 60° circa, costituendo un punto più agevole di accesso alla “Strada detta del Basso di Rivis”.

Le mappe di inizio '800 mostrano ancora un altro fabbricato, che supponiamo essere stato una stalla o un deposito, nella parte sinistra del cortile circa a ridosso di quello attuale, abbattuto in parte quando è stata costruita la casa padronale, ma con alcuni resti (forse una tettoia.... la cosa deve essere verificata con gli anziani) presenti fino alla fine degli anni '50.

Questo fabbricato era addossato al "Suei": il "Suei dal borc di sot" prospiciente Via Nazionale sull'area dalla vecchia pesa e sulla "cjase dal fator" e gran parte delle stalle.

Il resto degli edifici che chiudono la corte sono tutti risalenti ad epoche storiche che vanno da metà '800 fino agli anni '60 del '900.

Se quella che abbiamo visto era la  prima distribuzione dei fabbricati, analizzando le mappe di fine '800 e inizi '900 e studiando le facciate possiamo scoprire tutto l'evolversi urbanistico della Corte.

E' sicuramente della prima metà dell'800 la costruzione del porticato a due archi che univa tra di loro i due fabbricati preesistenti, cosa che fa supporre l'unificazione della proprietà dei tre lotti con il mantenimento dell'unico ingresso su Via Nazionale (Strada Regia).

Si nota qui, sulla facciata interna, che i mattoni della colonna centrale proseguono solamente per un tratto di 30 cm. circa e l'evidente segno di una arpa che legava al muro la capriata centrale, mentre sulla facciata fronte strada c'è una linea netta di divisione tra il piano terra e gli altri piani dell'edificio innalzati successivamente.

Possiamo perciò tranquillamente ipotizzare che questa parte fosse costituita da una tettoia su un  piano unico con soprastante tetto in coppi a 2 falde.

Vista inoltre la mancanza di fondamenta di questa parte sul  muro di facciata verso il cortile, se non alla base degli archi, possiamo pensare che questo collegamento sia stato eseguito in un momento di minor agiatezza,  o che questo fosse un fabbricato secondario, cioè un deposito per attrezzi o per carri: l' "Arie".

Dopo questo primo intervento però aumentano ancora le necessità di depositi della "Corte" che pian piano stava crescendo: si procede così alla costruzione di granai capienti per la conservazione dei cereali.

E' in questo periodo che si procede perciò all'innalzamento dell'intero fabbricato che va dagli archi, all’osteria e presumibilmente si comincia la costruzione sul muro di cinta che da sulla "braide", di parte delle stalle e dei depositi.

E' evidente su ambedue le facciate del vecchio stabile l'innalzamento del "barbecjan" di destra con un muro in mattoni successivamente demolito e sulla parte verso il cortile il tamponamento dei due archi, di cui così si era persa memoria storica, per uniformare il livello del primo piano con i depositi e la possibile presenza di poggioli sul "toglat" per il carico e scarico di cereli e granoturco.

Veniva inoltre costruita una scala interna addossata al muro di destra, eliminata solo successivamente, che saliva al primo piano, al tempo separato dai due fabbricati dalla presenza del muro di destra, aperto solo ora, e della sopraelevazione del barbecjan eliminata solamente a fine 800.

Altro dato interessante è la presenza solo su questa parte del fabbricato di fori di areazione sotto le finestre su ambedue le facciate, soluzione tipicamente veneta adottata nei granai, pressochè assente nelle nostre zone e invece ben radicata a cominciare dal Pordenonese.

Ma l'intervento che porta il fabbricato più vecchio all'attuale volumetria  viene eseguito prima della costruzione della Casa Padronale.

E' della seconda metà dell' '800 l'incorporazione completa del fabbricato più piccolo con l'ampliamento verso l'orto e  la costruzione della "salute" con la demolizione del "barbecjan" di sinistra (datata da testimonianze verbali 1898), la riduzione di quello frontale ( se non antecedente), la sopraelevazione fino al secondo piano, cosa ben evidente dalla facciata verso il cortile e dalla parte di muro di cinta incorporato su Via Battiferro, l'eliminazione di scale esterne e poggioli, la  costruzione della seconda scala interna, addossata al muro esterno di sinistra, e della cantina interrata con volta in mattoni: la "fosse dai sarpints.

Poi, mentre la nuova facciata verso l'orto veniva lasciata con i sassi e i cocci a vista, le altre due venivano uniformate, coprendo tutto con un un debole strato di intonaco che nascondeva tutta la storia dell'edificio. 

Probabilmente proprio in questo periodo la prima corte continuava ad allargarsi con l'acquisizione della zona dell'angolo sud-est, dopo l'eliminazione del "Suei dal borc di sot", diventato superfluo in seguito alla creazione di una derivazione del Canale Ledra che partendo da Flaibano portava l'acqua nel paese costeggiando Via Nazionale sul lato est.

Si proseguiva così con la costruzione delle stalle e della "cjase dal famei".

Siamo arrivati così al 1900 e la corte raggiungerà l'apice della sua importanza strategica e questi edifici, posti al crocevia tra la strada di Bivio Coseat e quella che da Gradisca porta a Codroipo diventeranno punto di riferimento per l'abitato di Rivis e l'intero circondario.

Nel settembre del 1900, in seguito all'incorporazione del fabbricato dell 'angolo di Via Battiferro si ha la costruzione della Casa Padronale.

E' datata infatti "L.B. .... Setembre 1900" la tavellina trovata sulla linda dell'angolo dell'edificio.

Questo fabbricato nella sua essenza risulta particolarmente consistente.

E’ costruito in maniera tradizionale, utilizzando mattoni per archi, volte e stipiti e sassi legati con malta di calce per i muri, cosa che dava buone garanzie strutturali e di isolamento termico.

Particolarmente curati risultano essere i solai e il tetto, per i quali si utilizzano travi spessi con tavoloni di legno, di cui ancor oggi si vede l'ottimo stato di conservazione, e mattoni, tavelline e coppi di produzione locale.

Ricordiamo la presenza in zona di fornaci di calce e laterizi (poi chiuse o passate ai Carbonera), e del magazzino di legname, trasportato dai boschi dei De Antoni di Comeglians (legati da vincoli di parentela con i Menini), sul Tagliamento dalla Carnia a Rivis con le zattere che attraccavano sul "Pinel".

Da qui, poi parte del legname proseguiva il viaggio fino ai magazzini di Valvasone.

Ed è qui che agli inizi del secolo, prima di partire emigrante, il nonno di mia moglie lavorava “sot paron”,  trasportando, con i carri trainati dai buoi, il legname "di là da l'aghe" nei magazzini di Valvasone (l’attuale Ferramenta Menini).

Del 1901 è la conclusione dei lavori, come testimoniano la data posta sopra il portone principale sotto il volto di donna (simbolo della Madonna o forse più probabilmente dell’Italia unificata) tra le lettere MD (Menini Domenico), la data interna posta sulle travi della sala tra le iniziali JD e TZ, una volta coperta dal soffitto di "gridiz" e il pezzo di tavola trovato sopra il riquadro della porta che collegava la cucina con la "Buteghe": "17 Setembre 1901".

Si ha inoltre in questo periodo la separazione del cortile dagli orti con un muro di cinta in sassi e mattoni con inferriate e “Ristiel” in ferro.

La casa sembra già da subito aver avuto la conformazione odierna, con le facciate di Via Nazionale intonacate di fino, con marcapiani, riquadri in pietra o granito e rilievi sopra le finestre; era senz’altro più povera, invece, la facciata di Via Battiferro, con gli stipiti delle finestre in malta e priva dei marcapiani, inseriti solamente ora per uniformare le facciate su fronte strada del fabbricato.

La facciata interna era ancor più povera, rivestita da un leggero strato di intonaco grezzo, con i riquadri delle finestre segnati a chiodo e priva di elementi architettonici come stipiti e marcapiani.

Conclusa la costruzione della casa padronale, nel 1901 avviene il trasferimento della residenza di "Sior Meni Menin" dalla corte successivamente passata in proprietà ai De Antoni a quella di Via Nazionale 7.

E' del 1901 anche l'apertura dell'Osteria posta nella parte d'angolo del fabbricato con l'unico ingresso prospiciente l'angolo con Via Battiferro.

Certamente più antica è l'altra osteria ancor oggi funzionante a Rivis, di proprietà, ai tempi, di un altro ramo della famiglia Menini, quelli di “Butegher”, ma sembra anche che, prima della costruzione della nostra osteria,  ne esistesse un'altra sempre dei Menini, più su nella via. Data la sparizione di questa è '  lecito perciò pensare che l'osteria "dal Borc di Sot" venga avviata con il trasferimento l’attività al n° 7 di Via Nazionale.

(Sarebbe interessante cercare negli archivi della Camera di Commercio le licenze di osteria presenti a Rivis tra fine '800 e per tutto il '900.)

Nasceva così, dall'accentramento di diverse attività in un unico fabbricato, quello che al giorno d'oggi potrebbe essere un piccolo centro commerciale-agricolo-imprenditoriale.   

All'epoca l'attuale sala dell'osteria risultava suddivisa in due da un muro in mattoni con buone fondamenta e il livello del pavimento in cemento segnato a quadri, prima dell'innalzamento della sede stradale, era 12 cm. sotto quello attuale (come ben si vede dalla bella scala in legno interna).

Vi si accedeva tramite la porta attuale della sala, centrata tra le due finestre, chiusa, tra gli stipiti in granito e la soglia di pietra, dagli scuretti di larice con  quatto "clostris" sopra e sotto e un traverso in legno che la sbarrava di notte.

Sulla parte destra della stanza c'era inizialmente la rivendita di alimentari , coloniali e generi di pubblica utilità, come il  petrolio per i lampioni (ne fa bella testimonianza il bidone rosso con misuratore in vetro che stiamo restaurando) mentre sulla parte sinistra c'era il banco dell'oste di cui rimane il distributore di "seltz" degli anni ’30.

Una porta separava la bottega dal retrobottega i cui muri sotto strati di colori sempre più grigi e pesanti presentava pareti dipinte con cornici e disegni marmorizzati.

Una bella cornice tutto intorno (presente anche su tutti gli interni del piano terra e del primo piano del fabbricato) con la bombatura degli angoli del soffitto intonacato sotto i "gridiz" smorzavano l' altezze di 3 m. della stanza, consistente per le case del tempo.

Di qui da un lato si usciva sul cortile, dall'altro si passava all'atrio scale e quindi al piano superiore.

I colori dei muri di tutti gli ambienti sui due piani erano chiari e vivi: certe stanze avevano le pareti dipinte, altre presentavano motivi rullati, che, come in alcune camere, simulavano la carta da parati.

In altre camere poi c’era il tipico abbinamento dei colori azzurro per i muro e bianco con motivi rosa, rosso mattone, verde e blu per i soffitti.

Anche sulle volte di mattoni intonacate che separavano le scale dai corridoi e dall'altra sala c'erano disegni floreali in rosa, rosso e blu che ben si legavano con le cornici dello stesso colore disegnate nei soffitti di scale e corridoi.

Uno zoccolo di tipo marmorizzato e riquadrato di tonalità marrone segnava gli ambienti per un metro di altezza e nascondendo così i segni delle mani inavvertitamente appoggiate sui muri.

Gran parte delle stanze erano dipinte a rullo con colori che davano luminosità all'ambiente.

Ad esse vi si accedeva attraverso porte specchiettate in abete, dipinte originariamente con i disegni di un legno più nobile, poi col passare del tempo smaltate in bianco o grigio (ben si è notato  ciò nella parte non visibile della porta murata dello studio).

Al piano terra tutte le finestre sul fronte di Via Battiferro erano a due ante a vetri con due specchietti ciascuna con scuretti interni dipinti di bianco o grigio, mentre nel resto del fabbricato le finestre erano ad ante più grandi con tre specchietti.

Quelle al piano terra su Via Nazionale avevano scuri esterni che si richiudevano all'interno delle grate, come quelli originali delle due porte, mentre sul primo piano di tutto il fabbricato (parte alta e bassa) ci sono tutt'oggi gli scuri esterni: smaltati dappertutto fuorchè sulla facciata nobile di Via Nazionale; non c'erano scuri sul piano terra lato cortile.

Il colore iniziale di tutti gli scuri esterni e del portone, prima che venissero sverniciati o dipinti in marrone per uniformare la facciata ai colori dell’altra proprietà, era grigio azzurro (come nel mulino di Sedegliano che, nonostante non siano attuali, ha rispettato i colori originari): ne è testimonianza la foto degli anni ’40 presente in Osteria

Al piano terra su Via Nazionale internamente le finestre in uno spesso riquadro di legno coprivano le belle volte ad arco sottostanti.

Il retrobottega era riscaldato da una stufa in mattoni ancora visibile nell’ingresso del Bed & Breakfast, ma purtoppo non ben conservata.

E nei quattro tavoli che stavano qui, alla luce del lampione, tra una briscola, un tresette, una mora e un bicchiere di buon vino passavano in compagnia le serate di vecchi e giovani del tempo.

E possiamo immaginare che proprio qui fosse il centro della vita economica del paese.

Ricordiamo che proprio in fondo al fabbricato, fino alla costruzione dei nuovi marciapiedi, era ancora visibile nei segni della fossa, ma eliminata alla fine degli anni '80, la vecchia pesa pubblica del paese.

E ancora qui i mercanti di passaggio si fermavano a bere un buon "tajut" nei frequenti spostamenti dalla pedemontana e dal sandanielese al sanvitese e al codroipese.

Dal retrobanco dell'osteria, poi, si accedeva ad un corridoio con le due finestre oggi tamponate in mattoni; verso l'interno c'erano due salette dove la gente con qualche spicciolo in più  poteva sedersi a mangiare un buon piatto di salame o di formaggio.

In fondo al corridoio poi c'era lo studio con due finestre su fronte strada, una finestra (ora  parzialmente tamponata) e  la porta che tutt'oggi da sul porticato di fronte, una finestra che oggi è divenuto l'ingresso dal cortile dell'Osteria e la porta grande che dava sul cortile, oggi trasformata in porta della cucina.

Era in questa stanza, con alle pareti le foto dei morti (anche detta la “stanze dai muarts”) che si svolgeva tutta la parte contabile della Casa Padronale.

E' qui che si assumeva il personale per le svariate attività dell'impresa agricolo-imprenditoriale; è qui che si facevano i contratti con i "fituaris"; è qui che si pagavano granoturco, frumento e orzo che venivano stivati nei "toglats" e "granars" prima di essere rivenduti; e qui c'erano i diplomi di benemerenza al maggiore produttore di "galete" della zona.

Mentre sotto funzionava l'osteria, dobbiamo ricordare che nella casa padronale nei mesi di aprile e maggio fino alla fine degli anni '70 c'era l’allevamento di "cavalers" (bachi da seta).

Nei "Toglats" della parte alta e della parte bassa e nel primo piano della parte bassa avremmo potuto vedere file di "gridiz", oggi accatastati in mezzo alle capriate, coperti di foglie di "morars" divorate dai "cavalirs", e fino a ieri c'era ancora il bozzolo di qualche baco fuggitivo attaccato ai travi dei soffitti disinfettati a calce "dade su cu la pompe dal solfato".

E qui, per mitigare l'ambiente nelle notti troppo fredde per i "cavalers", si accendeva la stufa di refrattario  marca “Becchi” di Forlì, prima utilizzata nell'osteria, con i lunghi tubi arrugginiti dal tempo che utilizzavano come camino un foro fatto nelle finestre che davano sul cortile, con il vetro sostituito da un pezzo di lamiera.

In fondo al caseggiato invece, sotto le scale che salivano al primo piano  in un "camarin" con il pavimento in mattoni c'era la cantinetta con la finestrella che da sulla via, ancor oggi rimasta intatta, con il vecchio impianto di illuminazione con fili a treccia e interruttori di ceramica, le bottiglie e i fiaschi ben allineati e i bicchieri sulle mensole e due damigiane di vino ormai andato in aceto.

Qui probabilmente all’epoca si poteva vedere anche qualche salame che penzolava dalle stanghe attaccate al soffitto.

Nella stanza in parte, che costituisce il nucleo più antico della costruzione, su travi di legno sorrette da blocchi di cemento c'erano le botti con il vino buono, e ci sembra ancora di vedere la botola aperta e il padrone di casa salire le scale della "fosse dai sarpints" accompagnato da qualche amico dopo aver assaggiato un buon bicchiere di vino nei giorni di festa (il nome dato al luogo è legato al fatto che, quando la gente risaliva dopo aver bevuto qualche bicchiere di vino buono andava di qua e di là come i serpenti).

Il tempo passava e l'osteria cominciava ad ingrandirsi e gli inverni diventavano sempre più freddi.

E' dei primi decenni del '900 la costruzione prima della cucina con terrazzo e poi il tamponamento della porta verso il cortile per dare spazio al cosiddetto “spazecusine”, una stanza di sgombero dove lavare i piatti sul vecchio "seglar" di pietra.

Di questo periodo, dopo l’arrivo della corrente elettrica è il primo impianto di illuminazione con filo a treccia, poi sostituito negli anni ’40 e ’50 da un più sicuro impianto in tubi di latta con fili in rame rivestiti in plastica, i primi interruttori della “Bi Ticino”,con i lampadari a palla nelle camere o le plofoniere bianche a soffitto e gli applique sui muri del corridoio e delle altre stanze.

Sulla cima del camino poi c'era un angelo in rame e ferro, poi scomparso nel corso degli anni, dopo che più volte il fulmine aveva colpito la canna fumaria della casa più alta del paese.

E’ in questo periodo che si cominciano a fare i primi pranzi e le prime cene, nella cucina un pò pubblica e un pò privata, dove si può vedere la moglie dell'oste preparare il pranzo mentre i più anziani infreddoliti giocano a carte vicino al “Fogolar”, poi sostituito da un più pratico "spolert".

E' cominciando da qui che dall'osteria si passerà alla trattoria e il locale nell'arco degli anni prenderà il nome di "Osteria da Menini", "il Gufo" (da un gufo imbalsamato che stava in bella mostra nella sala), quindi di nuovo "Osteria da Menini" per finire con il "Ristorantino".

E' la metà degli anni '30, durante la campagna d'Africa, quando, per salvare le proprietà prestate in garanzia a parenti finiti in fallimento, "Sior Dante", subentrato alla morte del padre "Sior Meni Menin" nella gestione della corte, parte in cerca di fortuna nelle colonie dell’Impero (ne erano testimonianza le fotografie con il Negus incorniciate e appese nel suo studio).

Qui rimarrà dopo diversi rientri e ripartenze fino a metà anni '60 quando le mutate condizioni politiche dell'Etiopia lo costringeranno sulla via del rientro.

Negli anni '40 comincia la Grande Guerra e la Casa padronale diventa il quartier generale di zona tedesco.

I "toglats" o "granars" diventano i dormitori della truppa, mentre le stanze sopra l'osteria le camere degli ufficiali tedeschi.

L' "arie" passa da "farie" a "liscivarie" tanto che travi, muri e tavolame tutt'oggi sotto il cartongesso sono neri di fuligine.

La cantina con la volta in mattoni, poi, funge da rifugio durante i bombardamenti.

Si ricordano ancora i bombardamenti di “Pippo” e i soldati tedeschi morti allineati su tavolacci nella stanza che poi sarà il negozio di alimentari ed ora fa parte dell’Osteria.

Nel bene e nel male passano gli anni della grande guerra e Rivis riesce a sopravvivere senza grosse devastazioni.

Dall'emigrazione di "Sior Dante"  l'osteria, dopo essere stata affidata per breve periodo a parenti (De Antoni),  viene data in gestione a terzi.

Agli affittuari spetterà il piano terra di Via Battiferro dall'angolo fino ai depositi (verrà quindi chiusa la scala che collegava il piano terra dei depositi con il primo piano) la cucina, il corridoio con le due salette (verrà quindi murata la porta dello studio), il primo piano per la zona prospiciente Via Battiferro fino alla fine della parte alta (verrà così inchiodata la porta che dava sull'altra ala delle camere come io l'ho trovata).

Sarà in gestione degli affittuari la parte destra del cortile con transito promiscuo e una parte dell'orto dove ci sarà il deposito delle bombole, nonchè le porcilaie per l’allevamento dei maiali.

Nel cortile, partendo dal muro dell'orto con le griglie coperte dai fiori azzurri del glicine, prenderanno posto i cinque campi di bocce che riempiranno le estati di Rivis.

E' nel cortile della casa padronale che il giorno della "Sagre dal 8 di Setembre" suonerà la banda (favorendo i “morosets” tra i giovani che qui giungevano dal circondario), ed è nell'osteria che ai primi di maggio nella festa di San Gottardo si comincerà, dopo la tradizionale benedizione del bestiame, a servire le rane fritte che daranno nome e fama alla tradizionale "Sagre dai Crots di Rivis".

Verso la fine degli anni '40, con la cessione in affitto di parte del fabbricato e dopo che in Africa si cominciava a vedere i primi risultati dell'attività di segherie ed edilizia, si rende necessario l'innalzamento sul muro di cinta prospiciente Via Nazionale dell'ultima parte della Casa Padronale con la costruzione, questa volta in mattoni, di una cucina e di una scala di collegamento in sostituzione di quelle dell'osteria e di un terrazzo tra la casa e le stalle, con il logico adeguamento estetico di questa parte a quella più vecchia del fabbricato (a tutt’oggi poche sono le tracce che lasciano intuire che questa parte è stata innalzata in un secondo tempo) .

C'è una peculiarità in questa costruzione: niente costava proseguire collegando anche il primo piano e il sottotetto alla "cjase dal fator", ma in caso di incendio delle stalle e in particolare dei fienili (cosa per altro non molto rara per l'autocombusione dei foraggi o i fulmini), il fuoco avrebbe potuto propagarsi bruciando anche il resto dei fabbricati.

Dal dopoguerra poi, fino quasi alla fine degli anni '60, sul marciapiede di fronte all' osteria funzionerà la pompa di benzina rossa della ESSO, così la gente avrà un motivo in più per fermarsi nell'osteria a bere un "tai di vin bon".

Poi per problemi di mancanza di spazio e per la concorrenza delle prime stazioni di servizio, meglio attrezzate, la pompa lascerà il posto ad un nuovo ingresso.

Alla fine degli anni Sessanta, sfondando la parte bassa della finestra esistente, come è ancor oggi ben evidente, si procede all'apertura della seconda porta su Via Nazionale ed è qui che, dopo la demolizione dei muri del corridoio e delle due salette prende posto il negozio di alimentari "la buteghe" che rimarrà attiva fino alla fine degli anni '80

L'Osteria migliora sempre più le sue proposte e da cucina tradizionale comincia a diventare di elite, seppure in locali un pò angusti, e raggiunge il suo massimo livello acquisendo il nome di "Ristorantino".

E' di questo periodo la sistemazione interna delle sale con un separè in formica e vetro per dividere il locale osteria (posto nell'attuale sala) creando la sala banchetti con il caminetto che riscalderà anche le stanze di pertinenza del primo piano .

Si prosegue poi con la chiusura dell'attuale porta delle scale con un pannello interno in truciolato, con la creazione di una seconda sala, nel vano oltre le scale, controsoffittata in perline con le panche a muro e il caminetto che utilizzerà la canna fumaria della ex "liscivare", con la chiusura della porta di questa stanza che dava sul cortile (attualmente riportata a finestra) con mattoni di vetroceramica, e con la creazione di una sala stile “Old America”, nella prima parte dell’ “arie”, ribassata e controsoffittata e collegata internamente con i magazzini e con i bagni che erano stati costruiti nel frattempo  sfondando una parte delle colonne nell'arco di destra del porticato.

Un altro bagno era già stato costruito nel corridoio dell' appartamento soprastante.

Il magazzino già da tempo risultava chiuso da un portone a quattro ante di legno (conservato nei locali sopra la cantina), di cui si vedono ancora i cardini sulle colonne dell'arco di sinistra, ed era isolato sopra con pannelli di polistirolo che nascondevano il solaio di legno imbiancato sopra la fuligine.

L'attività dell’osteria nel corso degli anni andrà sempre meglio e lo spazio non sarà mai sufficiente, così si provvederà, vicino ai campi di bocce, nello spazio del cortile di fronte alla "fosse dai serpints", alla costruzione di una tettoia di 4 m. x 4 m. circa con pareti parte in legno, parte in mattoni, con le griglie e la legnaia e alla copertura con teli di plastica della zona adiacente il terrazzo della vecchia cucina, così da rendere disponibili altri tavoli all’aperto ed altri posti a sedere.

Mi racconta il gestore del tempo “Ivo il Bolognes” che la domenica a mezzogiorno si cuocevano due quintali di sola costa, senza considerare la salsiccia e il resto.

La gente poi veniva qui per portare a casa la carne cotta alla griglia così da risparmiare un pò di lavoro alle mogli “in altre faccende affaccendate”.

Tra dentro e fuori c'e un bel viavai di gente: si fanno pranzi per battesimi, cresime, prime comunioni o piccole comitive, e la cucina funziona sempre a pieno ritmo.

La gente (che oggi la domenica alla fine della Messa si riunisce nella sala parrocchiale) faceva sempre quattro passi in più per raggiungere quella che è comunemente chiamata "la buteghe" a bersi il suo buon "tajut"; e il gruppo teatrale termina il ripasso delle farse, spesso ambientate in osteria, davanti a un piatto di pastasciutta, proprio qui: con Irene nell' "Ostarie dal borc di sot".

Siamo alla fine degli anni '80 e, dopo la morte di "Sior Dante" la corte viene suddivisa con un brutto muro in cemento e rete metallica.

L'osteria con le nuove normative in fatto di sicurezza andrebbe adeguata completamente e per fare questo si dovrebbe acquisirne la proprietà.

E' così che i gestori, giudicato troppo oneroso l'intervento, nel 1994 trasferiscono l'attività che ha portato l'osteria all'apice del successo "al Tac" in quel di Ragogna.

Dopo la chiusura dell'osteria e l'ulteriore deperimento nei due anni successivi, la metà destra di Corte Menini, con l'osteria con le licenze ormai scadute, verrà acquista nel 1996 dagli attuali proprietari mia moglie Annalisa Soramel  e io: Guido Lizzit, che negli anni successivi ne cureranno personalmente il restauro e la riattivazione, ridando lustro ad un fabbricato ricco di storia.

"Il mal dal clap"

Dalla solita pensata del 6 di gennaio riuniti attorno al fuoco in "cjase di Lodul" dopo il "pan ca vin" discudendo vicino al fuoco di fronte a un buon bicchiere di "Malvasie da la vigne di Lodul" (piantata il 25 aprile del 1945 quando le campane suonavano a festa) è partita l'idea di acquistare un vecchio stabile per fare Agriturismo.

(Da un'altra pensata analoga del 6 gennaio 1980 era nato il progetto della mia casa di Lestizza, così se la Befana non ha portato i soldi mi ha però stregato con il "mal dal clap).

Quando abbiamo acquistato in sordina l'osteria quel 5 luglio 1996 con mia moglie al 9° mese di gravidanza (mio figlio è nato il 28 luglio di quell'anno) disperavamo di riuscire nell’impresa visto l’elevato numero di venditori da mettere d’accordo (14) che già aveva portato alla mancanza di conclusione di più di una proposta, e la venerabile età di alcuni di essi, ormai al di sopra dell’ottantina.

Ci siamo presentati nello studio del Notaio Maraspin di Codroipo quasi per scommessa, senza nemmeno uno straccio di preliminare di vendita, ma quando è cominciato l’appello abbiamo visto che c’erano proprio tutti.

Quando poi siamo scesi a bere qualcosa nell’osteria vicina, ci è piaciuto di sentirci dire da alcuni di loro: "Soi content che l'Ostarie a sedi lade a int di Rivis". 

Sono passati ormai quasi nove anni dalla chiusura dell'attività dell'Osteria, ma ancor oggi sia nelle zone limitrofe, che nel pordenonese, nel sandanielese e perfino nel trevigiano, trovo gente che ricorda volentieri questa osteria e che chiede notizie sulle sue sorti.

Purtroppo lunga è stata la strada percorsa per il recupero di questo edificio storico.

Inizialmente il fabbricato era stato acquistato per farvi un agriturismo.

Già c'erano le concessioni per avviare l'attività, ma poi la perdita della mamma di Annalisa e la mutata legislazione in fatto di agriturismo ci ha fatto cambiare idea.

E' così che siamo ritornati sui nostri passi, anche perchè abbiamo pensato che un locale così non poteva lavorare solo per periodi limitati dell'anno.

Saputo che non si faceva più agriturismo (anche se ancora in molti mi chiedono quando apro l'agriturismo), già la gente diceva che avremmo fatto una pizzeria, poi una birreria, poi un "pub", un locale con musica adatto per i giovani.

Niente di tutto questo: noi vogliamo recuperare i valori di una volta e perciò proprio io, che riguardo alle osterie della mia infanzia ho un solo ricordo: quando mia nonna in quel di Lestizza mi mandava a chiamare mio nonno "Tilio" figlio di "Sior Meni Muiset"  "legri cun qualchi got di masse" perchè lasciasse le carte e venisse a casa a "fa tala stale", io che ho il ricordo di quando in gioventù si andava a "Stravecchio", whisky e amari  e nei retrobottega ci si trovava per i primi "morosetz", ma che poi in età adulta ho perso il contatto diretto con la realtà dell'osteria, oggi mi ritrovo a ridare valore morale a questa "istituzione" vecchia come il mondo.

E mi ritrovo a rischiare per non voler seguire gli stereotipi di oggi nella ricerca di offrire a giovani e meno giovani un locale in cui poter stare allegramente in compagnia senza però il fracasso di certi bar e la penombra di certi ambienti, ma in un posto che sa di storia.

Reduce dagli scempi eseguiti negli anni '60-'70 nella casa padronale in cui sono nato dagli eredi di "Sior Meni Muiset di Listizze" rispettato imprenditore agricolo di fine '800, perpetrato sull'onda del modernismo da mio nonno, mio padre e dai parenti di mia madre ho cominciato la mia avventura prima di "restauratore" e poi di “ristoratore”...

Vari sono stati i progetti esecutivi presentati e poi variati dal 1999, anno del mio trasferimento in quel di Rivis fino ad oggi.

Per questo spero non ce l'avranno con me l'Ing. Roberto Paneghel di Oderzo, alla cui famiglia sono legato da sincera amicizia, gli artigiani che hanno lavorato in questo cantiere e i tanti altri, tra cui mia moglie, ai quali ho rotto le scatole con le mie elucubrazioni notturne nelle notti insonni.

Comunque tutto questo mi è servito per capire che se i vecchi hanno fatto qualcosa in una certa maniera un motivo c'è e va ricercato prima di intraprendere qualsiasi iniziativa innovativa.

E' così che la cucina è ritornata, seppur ampliata, nel luogo precedente; è così che il vano scale per il quale più volte si sono cercate soluzioni diverse è rimasto dov'era e pressochè com'era, è così che le facciate nella loro organizzazione sono rimaste sostanzialmente invariate; è così che le scale che nella parte bassa portano ai piani sarà adeguata, ma non spostata da dove era nata in precedenza; ed è così che la "fosse dai serpints" con la parte soprastante è rimasta com'era con la sua bella botola e la sua scala interna.

Certo degli interventi si sono fatti, se non altro per gestire logicamente tutti i collegamenti interni del fabbricato, dopo aver abbandonato l'idea di creare uno scantinato nuovo nel cortile, ma per quanto possibile si è cercato di non stravolgere nulla.

Un bellissimo intervento a parer mio è quello effettuato sulla parte bassa del fabbricato che ha portato al recupero dei 2 archi e a riportare a vista il sasso su tutte le facciate.

I fori delle finestre sono rimasti invariati, fuorchè per i due che stanno sopra gli archi che sono stati ridotti per permettere il ripristino e la valorizzazione di questi ultimi.

Le modifiche apportate su questa zona sono: la riquadratura con intonaco in calce degli stipiti, dello zoccolo e del cordolo in cemento armato dopo la ripulitura dai vecchi intonaci; la sostituzione degli architravi in cemento che sorreggevano il portone con travi di campata in legno che lasciano intravedere le teste delle travi della soletta e lasciano libera la parte bassa degli archi; la creazione di un muro parallelo a quello di facciata che crea un collegamento parte interno e parte esterno dell'osteria con i depositi e le cantine, dopo la demolizione di parte del "barbecjan di destra".

Per la zona centrale, controssoffittata per questioni igieniche e pratiche in cartongesso, sono state riutilizzate tutte le porte vecchie dell' osteria, la porta dello studio, due porte interne delle camere, le finestre, dove non esistenti, delle sale su Via Battiferro.

Il pavimento dei corridoi e del sottoportico di collegamento è stato eseguito utilizzando le tavelline della parte interna del tetto della parte bassa (sostituite per mancanza di materiale da tavolato di legno).

Si è inoltre collegato anche il primo piano della parte bassa con quella alta e si è migliorato il collegamento nel sottotetto con una scala a cinque gradini.

Si sono poi sistemati, utilizzando materiali dello stesso periodo per rattoppare, gli scuri e le finestre, riproponendo, seppure da alcuni giudicato troppo arduo, lo stesso colore ben visibile sulla parte interna dei serramenti.

Per il resto delle finiture della parte bassa si è cercato di utilizzare delle tinte che si accostassero con quelle della parte alta, così da far intuire la logica continuazione dei due fabbricati.

Molto resta ancora da fare su questa parte: mancano gli interventi ai piani e le suddivisioni in camere secondo il nuovo piano progettuale, ma già si è provveduto ai collegamenti impiantistici di base necessari.

Qui probabilmente in corso di futuri lavori si abbandonerà il progetto originario di innalzamento della soletta del secondo piano e si provvederà piuttosto al recupero di travi e solette tramite sabbiatura e verniciatura con impregnante antitarlo e colore bianco, lasciando pressochè invariati i livelli dei solai a 2.20 m. circa.

Per quanto riguarda tutta la parte della Casa padronale di proprietà si è provveduto ad eseguire interventi di consolidamento che però non stravolgessero l'essenza del fabbricato.

Non si è provveduto alla rifondazione del fabbricato se non nella parte esterna per legarlo a quello più basso, e nella zona oltre le scale nella quale parte delle fondamenta non era strutturalmente adeguata.

Dopo un primo momento in cui si volevano fare infiltrazioni di cemento nei muri perimetrali, vista la mancanza, nonostante il terremoto, di fessurazioni consistenti si è abbandonata l'idea.

Si è provveduto all'irrigidimento delle solette dopo la demolizione di tutti i muri interni del primo piano utilizzando un sistema di ancoraggio della nuova soletta di cemento soprastante tramite angolari di alluminio inbullonati ai travi di legno riportati a livello con isolamento interno in "Stirodur" , rete metallica il tutto legato al cordolo con ferri realizzato sui singoli piani (sistema "Piter  Cox").

Una parte di soletta che ospiterà la centrale termica superiore è stata eseguita in latero-cemento.

E' stato eseguito un cordolo sottotetto per legare gli spioventi della gronda con la struttura della casa.

Sono stati innalzati fino al tetto ed aumentati di spessore i due muri laterali della scala con funzione controventante.

E' stato sostituito il trave traverso che sosteneva la capriata angolare sull'interno del fabbricato con una putrella in ferro rivestita in mattoni poggiata sul muro traverso principale.

E' stata rifatto completamente tutto lo sporto di gronda utilizzando moraline nuove e sostituendo i travi marci, si è provveduto inoltre all'installzione di un tavolato suoperiore staccato su moraline traverse con isolamento interno per creare il cosiddetto "tetto ventilato".

Lungo è stato l'iter per il recupero storico dell'edificio, e molto rimane ancora da fare, ma si è cercato di fare tutto il possibile per dare una validità e una visibilità storica a quanto le generazioni passate hanno fatto.

Più volte si è pensato di stravolgere gli ambienti interni per dare spazio a mutate esigenze di gestione, ma alla fine si è visto che il rispetto dei luoghi nei restauri a lungo andare è quello che paga.

Il rilancio di questa osteria e la ricerca del nome ha fatto passare qualche notte insonne ed ha fatto venire qualche capello bianco, ma l'ancoraggio alle radici "Ostarie Vecjo Friul 1901" alla fine è stato confermato.

L'attività riparte con il  rilancio della tipicità friulana della cucina e dell'ospitalità.

Speriamo così che un "tai di vin bon, une bune cusine, e la ligrie da l'ostere" potranno far riacquistare la voglia di rimanere in compagnia in un luogo che profuma di storia: l'"Ostarie Vecjo Friul 1901" di "Rivis al Tiliment".